Barbie: il Dream Incubator, un anno dopo

Un anno fa, Barbie faceva il suo ingresso su Linkedin come Dream Incubator. Sì, perché Barbie si era presentata sulla piattaforma sostenendo che, con 150 diverse carriere alle spalle, aveva ispirato le bambine di tutto il mondo, aiutandole a immaginare il futuro e trovare la giusta fiducia per realizzarlo.

BarbieEntrepreneur

Quando un anno fa lessi la notizia, pensai due cose. Prima di tutto, che il gioco è da sempre una palestra in cui bambine e bambini sperimentano un orizzonte pressoché infinito di opportunità, nulla di nuovo. Secondariamente, che si trattava di una splendida operazione simpatia per la biondina della Mattel.

Che interesse ha avuto Mattel a portare Barbie su Linkedin?

Non è stata una semplice strategia per aumentare le vendite. Per quello, Mattel si muove sui social generalisti con risultati decisamente più concreti: 233 mila follower su Twitter, 12 milioni su Facebook e 490 mila su Instagram.

L’obiettivo era piuttosto assegnare un profilo politicamente corretto a Barbie e restituire credibilità al progetto di marketing, che a fronte delle numerose critiche rischiava di risultare anacronistico, se non reazionario. Sì, perché negli ultimi anni sono cresciuti gli attacchi di vari movimenti femministi – e non solo – che hanno individuato in Barbie il simbolo di una cultura che veicola un’immagine femminile stereotipata, irraggiungibile e superficiale.

Cosa è successo in quest’anno?

Anche a questa operazione, non sono mancate le critiche. Molti si sono mostrati insensibili al fascino di Barbie. Altro che aver ispirato le bambine: Barbie le avrebbe traviate, ingannate, castrate. 

Di fatto, Barbie ha superato i 7 mila follower su Linkedin. Non si tratta di un numero altissimo ma neanche irrilevante, se si considera che è una pagina vetrina e  non una pagina aziendale. Interessante, piuttosto, rilevare che oltre l’80% di questi follower sono stati raggiunti nelle prime due settimane dal lancio della pagina. Poi il caso si è sgonfiato, nel bene e nel male. Diminuita l’eco mediatica, sono diminuite le polemiche e quindi anche il successo dell’iniziativa.

Come anticipato, Mattel non si aspettava di risolvere ogni problema con questa iniziativa. Il 2015 è stato comunque un anno molto complicato per l’azienda, tra le dimissioni dell’amministratore delegato Bryan Stockton a inizio anno e un po’ di luce a luglio, con l’annuncio di una chiusura finalmente meno drammatica del secondo trimestre. Le vendite di Barbie, però, non hanno ricominciato a decollare, mentre arrivano sul mercato le sue accanite antagoniste. Come Lammily, la bambola realizzata con proporzioni e canoni estetici più aderenti alla realtà, secondo il progetto di Nickolay Lamm, realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding.

 

E io, l’ho amata o l’ho odiata? Mi ha fatto del bene o del male?

Devo ammettere che non mi ero mai soffermata a pensare al mio rapporto con Barbie.
Inizialmente avevo una Barbie classica: capelli biondi, lunghi, lisci.  Avevo un sacco di vestiti e accessori, alcuni miei e altri ereditati da mia sorella, che nel frattempo aveva smesso di giocarci. Mi divertivo a vestirla e a truccarla (ebbene sì, pennarelli lavabili…).
Non contenta, avevo fatto carte false per avere lei.

BlackBarbie

Lei è la Black Barbie. Non per dire, ma Vogue ha festeggiato i suoi 30 anni nel 2010 e non certo in sordina. Avevo gusto già allora. La Black Barbie era bellissima, una via di mezzo tra il tenente Uhra di Star Trek e Diana Ross. Io l’avevo voluta per testare tutta un’altra gamma di abbinamenti di colori, per trucco e vestiti. Poi credo di averne avuta anche una con i capelli rossi, per motivi analoghi, ma non ricordo.. non deve essere stato un grande amore, il nostro.

A conti fatti, Barbie era questo per me: un bel manichino su cui fare esperimenti di stile. Perché era bella, le stava bene tutto, dava soddisfazione. La sua perfezione non è mai stata un problema per me. La sua lontananza con la realtà tanto meno. Non mi sono mai paragonata a lei, perché per me era ovvio la differenza tra bambola e persona, favola e vita reale. Perché avrei dovuto volere una bambola imperfetta? Perché avrei dovuto sognare la realtà che era già alla mia portata?

Lo so, l’argomento è spinoso e il mio non è un giudizio, ma solo il racconto di un’esperienza personale. Provo grande rispetto per tutto il parlare che si è fatto, perché immagino che ci siano state e ci siano bambine che hanno in qualche modo sofferto la frustrazione del confronto. Però poi devo essere onesta e ammettere di non capire fino in fondo questo disagio, visto che per me nessun confronto c’è mai stato. Per me l’unico vero difetto di Barbie era essere troppo grande: costruire per lei una casa con il Lego avrebbe richiesto troppi pezzi e questo riduceva moltissimo la mia frequenza di gioco con lei.

A questo proposito, vorrei anche dire che giocando con il Lego non ho mai pensato di costruire case bruttine e piccole, con spifferi alle finestre e calcare nella doccia, perché rispecchiassero meglio la vita quotidiana. Era il momento di sognare ed erano sempre case pazzesche e città meravigliose!

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