Francomot. Non chiamatelo contest.

Si sa che i Francesi amano proteggere e coltivare la propria lingua. Che tra l’altro trovo molto bella, quindi non vedo perchè biasimarli.

E’ ovvio, però, che sia difficile immergersi in una tecnologia angolofone e mantenere uno stile francofone. Me ne sono accorta per la prima volta quando uno degli art director con cui ho lungamente lavorato (e mi sembra davvero riduttivo liquidare così la faccenda, essendo una delle persone più talentuose e divertenti mai conosciute), francese di nascita e italiana per amore, mi disse di stare tranquilla, che nel layout del sito internet che stavamo creando si poteva prevedere un ascenseur. Che tutti gli altri chiamano scroll. Ma che alla fine sale e scende a comando, quindi perchè non definirlo ascensore?

Fatto sta che dopo il primo moto d’orgoglio francese, c’è stata una progressiva e (poco) accomodante accettazione dei nuovi termini che popolano questo benedetto 2.0. E adesso? Adesso il Ministero degli Esteri francese invita gli studenti a partecipare al concorso “Francomot“, lanciato per trovare la migliore traduzione francese delle parole: tuning, buzz, newsletter, chat, talk.

Gli Italiani sorridono, sprezzanti come al sito. A me i Francesi non stanno antipatici. Un po’ perchè non ne trovo il motivo, un po’ perchè sono troppo pigra per nutrire un’antipatia così grande da coinvolgere un’intera nazione. E mi stupisce sempre chi invece sembra divertirsi molto a riguardo.

Ho simpatia per i Francesi, per la loro lingua e per il loro essere così ingenui. Anzi, naifs.
Che poi la questione non è né semplice, né tanto meno banale. Il mondo delle traduzioni è ricco di spunti e di interessanti riflessioni. Una parola non ha mai il suo stretto corrispettivo, ma dovrebbe saper evocare un analogo mondo di significati, dovrebbe avere la capacità di catturare realmente lo stesso campo semantico, rivolgendosi con la stessa agilità ai ragazzi, come agli smanettoni, eccetera. Quindi è proprio qui che sta la vera sfida.

Ho un solo dubbio. Queste parole sono diventate di uso comune perchè il linguaggio si evolve, tanto che alcuni termini non vengono più usati dai soli addetti ai lavori, ma entrano nel parlato (a volte anche a sproposito) della gente comune. Diventa più che altro gergo, prima di costituire un vero e proprio nuovo vocabolario. Siamo così sicuri che tutto questo possa scendere dall’alto? Che la traduzione di un termine ormai consolidato possa essere imposta?
Sono dubbiosa, ma nel frattempo sospendo il giudizio e aspetto.

Personalmente, preferisco pensare a un linguaggio che si sporca le mani con il mondo e che cambia insieme a tutto il resto. Perché, come diceva Wittgenstein, il linguaggio riflette una forma di vita e personalmente la mia non ha confini così rigidi e precisi, quindi le parole che la descrivono vanno di conseguenza.

Nel frattempo, l’altra sera ho parcheggiato in via “Alberto Einstein” e mi sono domandata il perché di queste bassezze culturali. Ma questa è tutta un’altra storia, lo so, lo so.

facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedinmailby feather

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *