“Stai tranquilla, io sto bene” – Olivier Adam

Julien torna a casa. Abita poco distante. A due passi. In Rue Lamartine. Per cui ovviamente è da parecchio che fa la spesa allo Shopi di Rue de Martyrs, che paga sempre alla solita cassa, anche quando c’è fila, la cassa di Claire. È da parecchio che le passa litri di latte, carta igienica e hamburger, con un sorriso sulle labbra che si augura esplicito. È da parecchio che esita e tergiversa, si decide e quindi minuti più tardi si ritrova nel suo appartamento senza sapere cosa fare. A parte scrivere. O forse leggere. Mettere su un disco, mangiare qualcosa. Guardare il soffitto che si scrosta e si sgretola, le pareti sempre meno bianche. Chiamare Lionel in ufficio, per parlare di un libro, il suo, sempre in gestazione, un eterno cantiere, oppure del libro di un altro. Aspettare la sera in cui finirà per raggiungere qualcuno da qualche parte, bere troppo, parlare troppo, tirare l’acqua al proprio mulino e provare disgusto per se stesso.

Dormire come un sasso, sentirsi già vecchio, con i suoi venticinque anni e la pancia, la pelle floscia. Alzarsi, fare una doccia, uscire a stomaco vuoto, prendere il metrò, arrivare in ufficio, dire buongiorno a Carole che gli porta un caffè, se non altro per gentilezza. Fingere di darsi da fare in attesa che arrivino i colleghi, il capo. Riprendere il testo dove l’aveva lasciato la sera prima, correggerne un altro. Scrivere ancora. Testi, presentazioni, dichiarazioni d’intenti. Redigere dossier stampa, bozze di programmi, di progetti, pile di fogli, rilegati e non, talvolta pinzati, con l’obiettivo di convincere il mondo, la stampa, i mecenati, i finanziatori, che scrivere è una buona cosa, e scriversi ancora meglio, e che dunque Julien e i suoi colleghi meritano di essere sostenuti nella loro nobile impresa: indurre la gente a scrivere lettere, e-mail. A comunicare. A corrispondere. Per “dire quello che si può scrivere”. Sì, Julien scrive cazzate di questo genere. Lui che non scrive mai a nessuno. Lui che scrive solo per soldi o per il piacere. Incoraggia la gente a scrivere ricordi di vacanze assolate, parole dolci, baci alla nonna nel migliore dei casi; anonime cartoline postali, lettere umide di confessioni bavose e moleste nel peggiore. Quando ha finito, fa leggere i testi a Étienne, perché si faccia due risate, poi li fa rileggere ad Amel e Geneviève perché li correggano e si assicurino una volta per tutte che è pagato per non fare un cazzo e infine al suo capo, perché li approvi. Ogni tanto il capo commenta: qui hai calcato un po’ la mano. E dicendo così sorride. Quando sorride assomiglia ancora di più a Mister Magoo. Mister Magoo è il titolare di un’agenzia di ingegneria culturale. Un nome un po’ pretenzioso. Ma gli altri sono peggio, o comunque non meglio: studio di counseling o consulenza, società di expertise, agenzia per l’organizzazione di eventi o di comunicazione pubblicitaria…

A volte, quando gli chiedono che lavoro fa, Julien per scherzare risponde: “Ingegnere culturale”. Lo dice in tono serio. E sortisce sempre un certo effetto.

Stai tranquilla, io sto bene, Olivier Adam, Minimum Fax, Sotterranei 119, pagine 125-126

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